"Nuestra amiga Teressa"

Sembrava tutto finito: 15 anni dopo, un nuovo incontro. Come se la storia iniziata ragazzini - nascosta ma sempre presente nella trama sfilacciata dei giorni - dovesse ancora compiersi, in un'altra parte del mondo. Dario è missionario in Ecuador, parroco di un quartiere periferico di Portovejo, il capoluogo del Manabì, una regione grande come la Toscana. Il lavoro non manca: in un paese che ha bisogno di tutto, la parrocchia sostiene scuole, ambulatori, farmacie, cooperative universitarie.




Quando serve una nuova chiesa, Cesare, che è diventato architetto, è di nuovo al fianco dell'amico. Migliaia di chilometri di distanza svaniscono di colpo, grazie a Internet, ai fax, ai viaggi in aereo (da cui nasceranno idee, contatti nuove amicizie), ma soprattutto a quel filo sottile e tenace a cui Teresa si legò per prima. Così non c'è quasi bisogno di dirselo, che quella chiesa sarà anche di Teresa. La campana più piccola, la prima che suona al mattino, porterà il suo nome.

Costruire una chiesa, in un paese divorato dall'inflazione e dall'instabilità politica, non è cosa da poco. La fiducia nella Provvidenza e una rete di benefattori italiani consentono di risolvere i problemi economici e logistici: dal progetto che Cesare schizza a biro una sera del gennaio '97 si arriva all'inaugurazione, il 12 agosto 2001. All'inaugurazione risuonano le parole del lettore: "Questa Messa sarà celebrata in ricordo di Teresa, una nostra amica scomparsa da molti anni". Lo dice in spagnolo: "nuestra amiga Teressa".

Dopo trent'anni. Il 12 agosto è come se tutto fosse andato al suo posto. In prima fila ci sono i genitori di Teresa, la mamma ha cucito la tunica nuova per don Dario, che sta sull'altare. Cesare, l'architetto, rigira tra le mani il discorso con cui consegnerà la chiesa al Vescovo, a nome dei parroci e di tutti gli operai che hanno lavorato anche di notte, senza gru. E Teresa? Se la ride, dal cielo.

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