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« “UOMINI ALL’OPERA” Testimonianza di padre Alberto Ferri e di Hector Cedeño alla manifestazione “BergamoIncontra”
Piccoli, grandi amici »

Padre Ferri è tornato in Ecuador

24 Ott 2009 di admin

4Venerdì 16 Ottobre si è spento nel suo paese natale, Cologno al Serio, un grande amico dell’Ecuador e dell’Associazione Pietrevive: Padre Ferri, un uomo che “ha vissuto la vocazione autentica del profeta”, per usare le parole di Suor Marcelinda, sua affezionata collaboratrice.

Alberto Ferri aveva 74 anni e viveva, o meglio camminava, tra le popolazioni dell’Ecuador da 46 anni. Da Aprile era tornato in Italia a causa dell’aggravarsi della sua malattia. La sorella Rita ha dichiarato: “L’arcivescovo di Portoviejo, Lorenzo Voltolini, avrebbe voluto che padre Alberto riposasse nella cripta della cattedrale cittadina, come segno di riconoscenza per una vita spesa interamente tra i poveri di quella terra. Ma noi, interpretando l’umiltà e la semplicità che lo ha sempre caratterizzato, abbiamo preferito che raggiungesse una delle sue prime missioni (Honorato Vasques) e riposasse tra la gente che ha tanto amato.”

Padre Ferri era stato ordinato sacerdote a Milano, in Duomo, nel 1961 e già nel 1963 partiva per il suo primo viaggio verso l’Ecuador.
Ecco uno stralcio dell’articolo pubblicato sulla sua avventura di missionario dal giornale l’Eco di Bergamo:

In 46 anni sono state ben sei le missioni fondate da padre Alberto, a cominciare da Limones, nella regione di Esmeraldas (dove ha creato una cooperativa di pescatori ed ha portato la corrente elettrica), e poi tra gli indios cayapas del Quinindé, e tra i «tagliatori di teste» di Honorato Vasques, contrapponendosi ostinatamente alle autorità ogniqualvolta dei soprusi venivano compiuti ai danni dei più indifesi.
2“Occorre adattarsi il più possibile al loro stile di vita e cercare di farsi accettare come uno di loro – aveva detto alcuni anni fa in un’intervista rilasciata al mensile dei gesuiti «Popoli» – in modo che si convincano realmente che tu sei qui perché riacquistino dignità e fiducia in loro stessi, dopo tanti secoli di ingiustizie subite”.
È perfino capitato che un potente latifondista abbia assoldato un sicario per ucciderlo e che il sindaco di una cittadina abbia affisso manifesti diffamatori sul suo operato. Ma grazie alla povera gente che si è sempre coalizzata in sua difesa, padre Alberto ha potuto continuare la sua opera.
«In ogni posto in cui è stato – continua la sorella Rita – ha fondato scuole, perché diceva sempre che la scuola è una delle prime cose che tirano fuori quello che c’è di buono nelle persone. Ma anche realizzato strade, chiese, laboratori di lavoro perché voleva che gli indigeni imparassero ad autogestirsi».

Suor Marcelinda ha scritto:

Padre Alberto ha vissuto la vocazione autentica del profeta, che denuncia, annuncia, rinuncia e, quando non parla con Dio, parla di Dio.
Non é facile parlare e raccontare la vita di nessuno e meno ancora quella di P.Alberto, “vera Icona” di una missione trinitaria ricevuta da Dio Padre, imitando con la forza dello Spirito l’unico modello: Gesú.
Una vita che solo si puó contemplare, in silenzio, nello stupore delle meraviglie che solo Dio puó compiere nelle sue creature, totalmente inimitabile, piena di sacrificio, di donazione senza riserve, senza misure, senza calcoli, senza nessun interesse che non siano le anime e la santitá alla quale tutti siamo chiamati.
La Missione, unico obbiettivo della sua vita, abbracciava le due grandi dimensioni della Nuova Evangelizzazione: Annuncio del Vangelo e Promozione Umana.

Padre Alberto credeva profondamente nel Sacramento della Riconciliazione per costruire Comunitá, per formare laici protagonisti della missione; perció visse lo specifico del Sacerdote in un dono totale di tempo e misericordia nel Confessionale. Vedere in una parroccchia un sacerdote nel confessionale é un dono; ma vedere un missionario che dopo 5 ore di cavallo o a piedi, calpestando fango, investe ore confessando i fedeli, é un vero miracolo.
Le sue visite alle comunitá, programmate insieme facendo coincidere il tempo, lo spazio, le distanze, al ritmo del Regno che si avvicina, erano davvero impressionanti e ci restano come reliquia della sua stragrande ereditá, perché né la pioggia, né il fango, né la polvere, e meno ancora la sua salute entravano in quell’unico denominatore che lo distingue come Missionario: il Regno.
Fino all’ultimo, con un nemico nel pancreas che lo tormentava giorno e notte, compiva puntualmente visite e “recorridos” con il suo indimenticabile stile: visita alle famiglie piú lontante o con difficoltá o problemi; incontri programmati per la formazione dei ministeri: guide-animatori, catechisti, Legio Maria , giovani, etc. Amava incontrarsi personalmente con i piccoli ed i grandi del catechismo per approfondire la preparazione ai Sacramenti, come incontro con Gesú vivo e cammino della Comunitá.
Un pomeriggio ricordo che con una delle marionette preparate per una animazione, un agnellino, spiegò ai ragazzetti la missione di Gesú “mite e umile di cuore”.
La Celebrazione nella notte, centro e culmine di ogni missione, comprendeva e comprende tutt’ora la Celebrazione penitenziale comunitaria, dove non manca mai quella individuale, che si può prolungare anche 4 ore …
Una notte, ricordo come fosse adesso, dopo aver ascoltato e accolto tante debolezze regalando altrettanta misericordia, uscí per vedere quante persone stavano ancora in attesa del perdono; sembrava ubriaco di stanchezza perché i peccati sono sempre colpi all’amore di Dio, e chi lo rappresenta logicamente fa l’esperienza del dolore intenso di Gesú sul Calvario. Mi fece chiedere alla Comunitá se – data l’ora tarda – preferivano rinviare la Santa Messa alla mattina dopo e loro in coro, con la fede dei semplici e l’ansia della Santa Eucarestia mensile risposero: ” Stanotte è domani”. Uscí e continuó la celebrazione, imitando da vicino il Martire del Golgota.
Spesso lo paragonavo al Santo Curato d’Ars al quale papa Benedetto XVI ha dedicato questo anno liturgico 2009-2010, proprio perché missionario di misericordia.
Non é difficile scoprire da dove gli veniva tanta energia divina; quando era in parrocchia si vedeva ogni mattina dietro l’altare della chiesa, proiettato verso il Santissimo, puntuale alle 7, facendo della preghiera il triangolo della santitá: Dio, la gente e lui.
Come non ricordare la sua capacitá di distribuire gli aiuti che riceveva dai familiari e dagli amici italiani con una trasparenza angelicale, fino all’ultimo centesimo.
Cosa si puó dire del suo donarsi per il progresso integrale della persona, e quanta gioia per i risultati della Cooperativa COPAMAC, tanto cara al suo cuore…
I risultati in nessun campo giustificavano mai, o quasi, i suoi innumerevoli sforzi.
Nel campo della Pastorale Educativa, per l’Amicizia con p.Dario Maggi ( ora Vescovo in Guayaquil) per la stima e la vocazione comune, si possono contemplare oggi opere stupende per il benessere umano, culturale, spirituale della gente della Manga del Cura, con i suoi due grandi amori: Santa Maria e Nostra Madre della Pace, con gli Apostoli Pietro e Paolo.
Nutriva nel cuore la grande speranza che la Manga del Cura fosse riconosciuta Comune indipendente dalle autorità locali.
La sua devozione tenera al santo Rosario ci avvolgeva e ci avvolge tutti come il suo andare nella polvere o nal fango, a piedi o a cavallo, o con la jeep. Il suo leit-motiv era quello di Paolo: “Guai a me se non predico il Vangelo”.
Parola ed Ecuarestia furono le sue ali; sacrificio e lavoro le sue orme; e uno zaino con l’essenziale per la missione al campo, come simbolo della croce che caricava sempre, resa piú pesante in questo periodo per le medicine che doveva portare con sé, e per la debolezza che si faceva piú forte.
Tutto lo rese piú simile al Servo di Yavhé: “L’uomo abituato alla sofferenza”.

Parlare di padre Alberto, raccontare la sua vita é mutilarla, diluirla come una goccia nell’Oceno. Anticipó i tempi, e con il suo immenso amore alla Chiesa, al Papa, alla Diocesi di Portoviejo; alla Congregazione diede un volto irripetibile e inconfondibile di vita missionaria Comboniana, senza fare sconti con nessuna esigenza evangelica.

Felici quanti l’abbiamo conosciuto.
Nel CEVIP (Circolo di Studio e la Vita Preadolescenti – della Pastorale Educativa della Vicaría – sigla scelta dallo stesso padre Alberto) un ragazzetto ha detto bene: “ Se il padre non fosse venuto come missionario in Ecuador noi non l’avremmo mai conosciuto”.
Felici ancora di piú quanti hanno condiviso con lui la grande avventura missionaria…
E felici senza misura quanti crediamo e desideriamo con ardore seguire almeno in parte il suo esempio di vita.
Che padre Alberto resti in Italia o ritorni in Ecuador será un Santo Ecuatoriano e con il cuore Manabita. Se l’Africa fu il DNA del Santo Daniel Comboni, per padre Alberto il DNA é l’Ecuador.

GRACIAS PADRE ALBERTO!
PS. Padre Alberto non fu l’inventore della Lectio Divina peró mi insegnó a viverla fin dal 1974.

Ne hanno parlato su …

  • Popoli
  • Nigrizia
  • 30 Giorni
  • comboni.org

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