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Il nostro amico Cèchi, detto Preòst, amava produrre il vino in casa: comprava l’uva, la pigiava, lavorava il mosto e alla fine imbottigliava con l’etichetta: Vino per gli amici. A volte era quasi imbevibile, ma quell’etichetta e la compagnia di Cechi davano a quei minuti, trascorsi insieme davanti al bicchiere, un sapore buono. Forse Carlo, che ha conosciuto insieme me e Cèchi, questo non lo sapeva, quando ha proposto come etichetta per il mio primo CD: Gli amiCDcesare. E infatti la genesi è la stessa: scritte in casa e cantate per gli amici, come il vino di Cèchi, non sono tanto buone in sé, ma prendono sapore nella compagnia che si raduna, quasi sempre, attorno ad una tavola, con i tortelli di Marisa, il salame di Sergio, i dolci di Maria. E come, dopo aver assaggiato una nuova pietanza buona, si chiede al cuoco la ricetta, così questo disco nasce dalle richieste di alcuni amici ai quali le canzoni sono piaciute: primo fra tutti Gianfranco, detto Sciope, che me lo chiede da più di vent’anni (ma l’ultima volta l’ha fatto mettendomi al muro: “Quel che ti è dato, non è tuo. Non puoi tenerlo per te”). Da ultimo Andrea, il figlio del Nembrini, che ha poco più di vent’anni, ma me lo chiede da cinque. Alla fine sono riuscito a cedere, grazie all’amorosa insistenza di Sergio e Gabriele e alla fondamentale complicità di Carlo Pastori.

Canzoni che nascono in casa, dicevo, ma a volte anche in bici, come quando, trent’anni fa, andavo a Treviglio anche tre volte al giorno (per un totale di trenta chilometri) per andare a scuola, per andare a morose, per trovare gli amici. Oppure in macchina, come adesso, che vado a lavorare. Canzoni nate, scritte e cantate per un popolo. Perché quando le scrivo, o le ho scritte, queste mie canzoni, ho sempre in mente qualcuno per cui dirle, le cose che dico. E quando le ho cantate, o le canto, è sempre per qualcuno, perché mi viene chiesto. Sono canzoni d’occasione. E il mio popolo non è una cosa strana. Io un popolo ce l’ho, mi è stato dato. Anche quando mi sembra sia sparito, e dico: non c’è più. Un piccolo popolo che canta queste povere canzoni c’è. Siamo in due o tre, e tutto è in proporzione con il valore che ha quello che mi capita di fare.

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